Il viaggio agonico di Francesco in Egitto

” e così va agonizzando il cristianesimo”

Un giorno provai ad immaginare Francesco di Assisi che terminava la sua vita avvolto dalle fiamme di un fuoco violento, che il gran sultano comandò di accendere per iniziare la sfida che Francesco stesso aveva proposto con l’ obiettivo di “ dimostrare i poteri dei due dei”[1].  L’ ho visto possibile: morire bruciato a causa della sua fede, di una fede letteralmente cieca.  Se fosse accaduto questo, il suo desiderio sarebbe stato soddisfatto e il suo obiettivo raggiunto.   Nonostante vi siano altre opinioni convincenti e possibili, è quasi un dogma di fede francescana che il motivo del suo viaggio in Egitto sia legato alla ricerca del martirio.  Al suo tempo, come oggi, l’idea del martirio significava una corona definitiva. Quindi, col morire in tal modo, la sua fama sarebbe stata la stessa o forse più grande.

Certo è che, parlare delle possibilità del martirio in quel viaggio di Francesco nel 1219 a Damietta, porta a pensare automaticamente ai soldati dell’esercito musulmano, pronti a compiere il loro dovere contro chiunque si presentasse come nemico o come minaccia, o anche pronti ad eseguire gli ordini dello stesso Al-Malik contro qualche invasore straniero.  Ma, pensare a Francesco avvolto dalle fiamme, per una propria volontà, nel fallimento della sfida suggerita da lui stesso, risulta piuttosto inquietante.  Anche se non dovrebbe esserlo: è essenziale nel martirio la volontà cosciente di chi lo subisce, è un requisito indispensabile.

Questo anno 1219 viene ad essere, oltre ad una data precisa indicante gli ottocento anni dall’ evento, un lodevole pretesto per riportare alla memoria il ricordo di uno degli episodi più garanti della vita cristiana vissuta dai santi, da quelli che ci vengono proposti come modelli da imitare o come ispiratori di nuove forme di fedeltà e eroismo.  Questo episodio riguarda la figura di Francesco di Assisi, l’incontro con il “saggio e cortese sovrano”[2] – come lo chiama il professor Fr. Giuseppe Buffon OFM- o la sua missione evangelizzatrice, o l’ attacco crociato, o il suo essere ospite di un tanto distinto e singolare anfitrione.  Sono passati otto secoli e questo evento continua ad offrirci spunti di riflessione e ispirazione, soprattutto oggi che l’essere accoglienti e ospitali si è convertito in un “circunsntancia” (realtà) che ci si impone -lo dico con tutto il peso significativo dell’espressione orteguiana-[3] in questo mondo che obbliga molti a cambiare paese per poter sopravvivere o per nobilitare un po’ la propria vita umana. Oggi, dinanzi alla realtà dell’immigrazione, l’atteggiamento cristiano dell’accoglienza è diventato una vera sfida. Una vera e completa virtù cristiana.

La agonia

Il filosofo e letterato spagnolo Miguel de Unamuno ( 1864-1936) nel suo tanto polemico libro  La agonia del cristianismo (1925)[4] ci ha regalato un ripensamento critico sull’essere cristiano e sulle sue caratteristiche essenziali e imprescindibili. “L’agonia è lotta, non pace.”[5] È così che apre la sua grande opera don Miguel, alla quale mi sono avvicinato per offrire una prospettiva -tra le tante che sono state pensate, si pensano e si penseranno- del perché e del percome del viaggio del poverello in terra musulmana

Il termine greco “agonia” significa lotta, combattimento. È il suo senso primario, la radice profonda. Riveste un significato e definizione al di là dell’etimologia e della semantica. Secondo Unamuno, l’agonia è un elemento essenziale per il cristianesimo, che preferirebbe fosse chiamato “cristianità” perché  non è una dottrina o una corrente di pensiero, o un movimento civile.[6] Ed è essenziale in quanto così si può intendere il cristianesimo come una forma di umanesimo, più compiuto e propositivo, con capacità veramente trasformanti e salvifiche per l’uomo che lo professa e lo fa vita; una forma di umanesimo disgraziatamente trascurato, mal inteso e anche distorto.

Il cristianesimo è essenzialmente agonico, è il suo humus l’agonia.  Il suo Dio, anche essendo tutto, si fa niente. Viene in questo mondo con la tragedia del nascere[7].  Nasce povero, ignorato e perseguitato; prova l’odio degli altri nello stesso tempo che prova il latte materno. Nessuno potè vedere come i suoi occhi il dolce viso amorevole di sua madre, quando già il suo corpo avvertiva gli amari pugni dell’esilio. Un Dio che è “veramente Dio e veramente Uomo”, è già un Dio che vive nell’ agonia e che destina all’ agonia chi crede in lui.  Inoltre, un Dio che decide di provare la morte umana -e questa in una forma violenta e ingiusta-, è un Dio che pone al centro del suo popolo lo statuto imprescindibile dell’agonia e dell’agonizzare come verbo vitale dei suoi. Azione salvifica, insomma.  

Unamuno è tagliente: “Il cristianesimo devi definirlo agonicamente, polemicamente, in funzione di lotta.”[8] Sottolinea  che chi  dice di chiamarsi cristiano e  presenta un cristianesimo che non contiene in sé un elemento di lotta e combattimento, è tutto meno che cristiano. L’agonico è per il cristianesimo il motore invisibile, l’essenza immutabile; la sua difficoltà e la sua bellezza. È per questo che le opere pittoriche più conosciute sono quelle che rappresentano questa agonia umana alla quale anche Dio ha voluto prendere parte. Quelle creazioni di artisti geniali che, come direbbe Maria Zambrano, grazie alla funzione dell’arte hanno “disumiliato” quello che umilia l’ umano, dandogli splendore e maestosità, come un’elevazione  ad un piano superiore dell’anima, rispetto a quello che risulta più  angoscioso e vergognoso agli occhi degli uomini.  È il caso della “Pietà” di Michelangelo, il “Cristo morto” di Velasquez; la coralità dell’“Ultima cena” di Leonardo o le innumerevoli “addolorate” sparse per il mondo intero che fanno nascere nel cuore credente -e in quello non credente-  un duplice sentimento di pena e di tenerezza. Quindi con Unamuno possiamo affermare che l’agonia può tenere legami profondi con la bellezza e così riusciamo ad allentare poco a poco il peso negativo e spaventoso con il quale siamo abituati a intendere la parola agonia.

Francesco: uomo agonico

È risaputo che esiste una tradizione commovente che colloca la nascita del poverello in una povera stalla di animali, nonostante il benessere di cui godevano i suoi genitori.  Esiste ancora ad Assisi il luogo che ricorda questo fatto. Innumerevoli pellegrini leggono il messaggio scolpito nella parete superiore di un piccolo tunnel, che dice: “Sali le scale e vedrai il luogo dove nacque il poverello”. Questa leggenda -ovviamente- vuole paragonare la sua nascita con quella del Cristo nella devota intenzione di rendere più splendente quel titolo di “alter Christus”[9], attribuitogli fin dal medioevo.

Indipendentemente dalla verità o fantasia di questa ipotesi sulla sua nascita, diremo che il figlio di Pietro di Bernardone e di Madonna Pica cominciò a vivere la sua agonia fin dall’ età giovanile, quando, cercando la gloria sociale, cercava se stesso mentre cercava Dio, senza saperlo.

Ogni volta che viaggio verso Assisi, il treno si ferma a Spoleto, e non c’è stata una sola volta- e fino ad oggi tante- che non mi siano venute  automaticamente in mente le parole “Chi vuoi servire: Il  Signore o il servo?”[10]. Furono dette a Francesco, ma non posso non sentirle mie, dette per me.  Credo sia il movimento, simile a quello del pendolo, ad essere sempre presente nella vocazione francescana, è il dubbio che sempre accompagna. Il rischio da superare.

Tutti ricordiamo questo evento nella vita del santo.  Infermo e deriso, prigioniero di guerra e solo, il giovane intraprendente Francesco fu ammonito dallo stesso Cristo nello scenario drammatico di un delirio che fino ad oggi consideriamo una visione scesa dall’alto. Propriamente un momento di agonia. “Voglio servire il Signore”, rispose. In quello stesso istante che non sapeva dove collocare se nel tempo umano o meno, Francesco conobbe il suo stato agonico. La sua ricerca di Dio lo faceva agonizzare: la sua anima gemeva di dolore di non poterlo incontrare e di consapevolezza della sua incapacità di avere indicazioni chiare per iniziare la sua ricerca.  L’ unica chiave che gli fu data per guarire la sua agonia in quella visione fu proprio il segno dell’agonia stessa di Dio: la croce.[11]

Descrivere Francesco di Assisi vuol dire tracciare un cammino di piena allegria, dare lode ad un esempio di semplicità eroica e proporre un modello di un eroismo discreto. Il suo cammino vocazionale cominciò nel segno della lotta e delle difficoltà: denudarsi davanti al padre e ai suoi concittadini di Assisi è da considerare come uno dei suoi primi momenti di agonia, agonia felice, ma sempre agonia,   dopo il rifiuto e l’ incomprensione di suo padre e di tutta la città; e così   nella vita di fraternità, la lotta tra il carismatico e l’istituzionale, tra il soffio dello Spirito  e la guida della Chiesa, tra le sicurezze di ciò che era già riconosciuto e l’indomabile spirito creativo ricevuto da Dio creatore. Tra il suo essere fondatore e padre e la sua obbedienza di fratello.

La vita consacrata di Francesco la vediamo sempre nel dubbio: nel dover scegliere, scegliere bene. Mai scegliere tra la cosa giusta e quella non giusta, ma tra i beni supremi.  Il suo dubbio sul corso definitivo della propria famiglia religiosa è un momento chiave di questo dubitare agonico: “Vai da sorella Chiara e chiedi che domandi a Dio se mi debbo dedicare alla contemplazione o alla predicazione”[12].

Questo disse, pieno di confidenza in una risposta certa, quello stesso che era stato preso dal dubbio che offuscava la sua anima.  Il dubitare non è confusione, ma elezione.  Il vocabolo “dubbio” ha la sua radice etimologica in du, cioè due, per noi viene ad avere un profondo senso perché è la stessa radice di duello, cioè lotta o confronto. Dirà don Miguel de Unamuno che dubitare è essenziale nella vita, quando si vive la verità “Il modo di vivere, di lottare, di lottare per la vita e vivere di lotta, di fede, di dubbio”[13]. Francesco fu fin dalla gioventù un uomo vivo.

El viaggio agonico di Francesco

Intorno al 1219 sappiamo con certezza storica che l’ordine francescano iniziava ad agitarsi nel suo interno.  La necessità di una sistemazione dell’intuizione carismatica di Francesco si faceva urgente. La vita minore guidata solo dallo Spirito Santo richiedeva uno statuto in qualche forma o struttura istituzionale. Il gran numero di frati che avevano ingrossato la comunità, le diverse forme di pensiero e la realtà sempre più triste dello scarso collegamento diretto con il fondatore rendevano necessaria la redazione di una regola che avrebbe goduto di autorità giuridica, cosa che rendeva necessaria e imprescindibile la presenza di Francesco tra i suoi. Tuttavia, il poverello prova di nuovo a viaggiare verso le terre dei musulmani e riesce ad arrivare fino a quelle regioni dell’Asia. Ci troviamo di fronte ad un Francesco più preoccupato di una missione ecclesiale che degli inizi della sua famiglia religiosa. Confida pienamente nello Spirito Santo -al quale fin dagli inizi aveva dato il titolo di Ministro Generale-[14],  per la sua sicurezza personale in terre sconosciute e per il cammino dei suoi figli di abito.

Sono passati più di otto secoli nei quali non abbiamo smesso di discutere su questo strano procedere del santo. Fino ad oggi continuano a metterci in difficoltà gli “eccessi della sua condotta evangelica”[15], come afferma il professor Buffon. Però lontano dal trovare risposte convincenti, credo che quest’ anno abbia motivato tutti a cercare spunti di ispirazione a partire da questo desiderio, che ci risulta inquietante, del santo di Assisi di andare in terre musulmane per compiere una missione che a tutt’oggi non ci risulta chiara. A cercare il martirio? A cercare di convertire al cristianesimo i più? Fu spinto solo dal suo spirito missionario intrepido e aperto agli altri? E ancora, fu una decisione imprudente o saggezza nella sua più pura essenza evangelica? Non lo so, né pretendo risposte chiare, se non le verità che nascono dal violento incontro dei contraddittori.

Si domanda Buffon: “Che cosa sarà successo realmente nelle stanze di Al-Malik? È difficile poterlo conoscere. Le fonti a nostra disposizione non ci permettono di rispondere adeguatamente a questo approccio”[16]. Ma Francesco lo conosciamo. Abbiamo non pochi elementi che ci hanno spinto a delineare una figura umana e una realtà psicologica ben definita. Uno stato d’animo ben preciso. Ugualmente un Francesco libero, mosso tanto carismaticamente che in obbedienza e sudditanza alla Chiesa Istituzionale, con decisioni ferme nel suo procedere e nelle sue azioni. Un uomo in lotta costante per donarsi tutto a Cristo. Un’anima in agonia quotidiana.

È ingenuo pensare che Francesco non abbia tenuto conto del grande rischio che era connesso all’andare nelle terre musulmane. O, come alcuni favolisticamente descrivono questo viaggio, solamente guidato come una pecora in mezzo ai lupi, aiutato dalla protezione di Dio.  Il nostro santo conosceva i pericoli che avrebbe affrontato con questa impresa, ma è proprio per tale rischio che nacque e si alimentò questo desiderio di visitare quelle terre.  Se fosse stato o meno un desiderio di martirio, non lo sapremo mai. Le dispute in merito continuano, oggi credo più calorosamente. Tanto il suo desiderio di martirio, come la sua sfrenata devozione alla missione cristiana, sono il prodotto del suo sentire agonico, del suo agonizzare umano nella ricerca dell’assoluto e della sua agonia beatifica crescente anche in questo mondo.

Il viaggio di Francesco fino alla terra del sultano è proprio un inno all’ agonia cristiana. Un tentativo per accendere la lotta e il combattimento della fede, voglio dire l’agonico che Cristo ci ha lasciato. Accenderlo dentro l’agonia (come s’intende comunemente) della comodità dell’istituzionale, delle vecchie forme stabilite e delle ideologie politiche e i radicalismi religiosi che dividono i figli di Dio. Morte pura del nostro cristianesimo.

E Francesco è l’uomo del dialogo. Un dialogo in una nuova veste, senza parole.  Dialogo che costruì essendo l’ospite folle, il visitatore a rischio, l’invasore, essendo un uomo mosso solo dallo Spirito, che fu suo ministro di vita.  Quell’ incontro di Damietta rimane catalogato come un atto eroico per alcuni, come uno sfascio per altri. Le domande verranno sicuramente poste nel tempo e le risposte saranno diverse a seconda delle epoche in cui si rifletterà su questo evento. Sicuramente Francesco obbedì alla sua agonia cristiana. Suppongo veramente che era necessario vivere agonizzando per vivere in pienezza umana e cristiana. È per questo Alter Christus, per  la sua piena identità, e per l’agonizzare  che “un vero agonizzante è un agonista, protagonista molte volte, antagonista mai”[17].

Per questo mi sono permesso di immaginare Francesco in mezzo alle fiamme, perché credo sia il simbolo più vicino allo stato di agonia quello che attrae gli uni e sconcerta gli altri. La sua agonia fu cristianesimo puro, scoperta del midollo essenziale dell’essere religione per gli uomini. Per mezzo di questo stesso Dio si iniziò il dialogo e l’ascolto delle creature con Dio e viceversa. Francesco, in mezzo a quel fuoco, è il predicatore coraggioso che non teme di mostrare il suo Dio e allo stesso modo non temere il fuoco perché conosce la sua misericordia, dal momento che lui stesso gli chiese pietà prima di ricevere la cauterizzazione degli occhi.[18] Conosce anche la sua bellezza, perché lo chiamerà “fratello, bello, allegro, robusto e forte”.[19] La agonia del poverello è comunione armoniosa di contrasti, stato puro di grazia. Solo gli uomini agonici sono quelli che riescono ad essere Cristo in questo mondo e a trasformare gli altri in Cristo vivente, o rivelare che è necessario agonizzare per scoprire la verità profonda del nostro essere creatura e della nostra fede, perché dirà Unamuno: “si può morire senza agonia e si può vivere, e per molti anni, con essa e di essa”[20].


“Encuentro agónico” / Felipe Torres

[1] Buonaventura da Bagnoregio, Leggenda maggiore, 8-9. Fonti Francescane, 917-918.  

[2] Giuseppe Buffon, Francesco, l’ospite folle, Edizioni terra santa, Milano, 2019, p. 8

[3] José Ortega y Gasset. (19-19) Una delle sue frasi più famose: “Io sono io e la mia circostanza”. (“Soy yo y mi circunstancia”).

[4] Publicado in lingua francese in questa data. In 1931 verrà pubblicato in spagnolo.

[5] Miguel de Unamuno, La agonía del cristianismo, Alianza editorial, Madrid, 2013. p. 37.

[6] Cfr. Unamuno, La agonía del cristianismo, 43-44.

[7] Volendo rimanere in una prospettiva in chiave esistenzialista circa il nascere al mondo come un atto violento e rischioso, allora l’essere strappato alla tranquillità paradisiaca del grembo materno con la violenza dell’espulsione, fa si che si possa cominciare ad essere uno: una persona dipendente e fragile, condannata al dover morire.

[8] Unamuno, La agonía del cristianismo, 43.

[9] L’altro Cristo.

[10] Cfr . Buonaventura, Leggenda maggiore 3, Fonti Francescane, 841; Leggenda dei tre compagni II, Fonti Francescane 1070-1017.

[11] Le biografie descrivono che in quella visione Francesco camminava tra le armi da guerra segnate con il segno della croce. In quel momento no capì sino a quando ebbe una risposta mediante il dialogo con una voce misteriosa di Cristo che lo rimproverava: “E allora perché lasci il Signore per il servo”. Buonaventura, Leggenda maggiore 3, Fonti Francescane, 841.

[12] Cfr. I Fioretti di San Francesco, XVI, Fonti Francescane, 1487-1490.

[13] Unamuno, La agonía del cristianismo, 39.

[14] 2Cel 193: “Lo Spiritu Santo, ministro generale dell’Ordine, si posa igualmente sul povero ed  il semplice”., 2R 8: “Alla sua morte (ministro generale) l’elezione del successore sia fatta dai ministri provinciali (…)”.

[15] Giuseppe Buffon, Francesco, l’ospite folle, 7.

[16] Giuseppe Buffon, Francesco, l’ospite folle, 9.

[17] Unamuno, La agonía del cristianismo, 30.

[18] Tommaso da Celano, Vita prima VII, Fonti Francescane, 497-498.

[19] Cantico delle creature 8.

[20] Unamuno, La agonía del cristianismo, 30.

Autor: Daniel Ramos

Mexicano y Jalisciense. Franciscano y sacerdote. En los andares de la filosofía y en el constante ir de la vida. En exilio italiano. Escribo para darle voz a la vida.

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