Esperienza di una immigrata italiana

E mentre tutti si affrettavano a mettere il primo link sui social media, la prima reazione di shock e sgomento sugli atti di governo del nuovo presidente Donald Trump, io osservavo; mi definisco una persona molto impulsiva, però in questa occasione non ho avuto nessuna reazione se non osservare. La maggior parte dei commenti e delle reazioni erano chiaramente contro la politica di Trump, gli atti di governo contro gli immigrati e soprattutto lo scandalo della costruzione del muro erano inammissibili.

Eppure davanti a queste reazioni di rabbia dove ognuno sembrava combattere per una causa, che poi, la confusione era tale che non si sapeva neanche bene perché si scendeva in piazza, io non potevo trattenere un grande sorriso. Solamente tre anni prima che venisse eletto il malefico tiranno, mettevo per la prima volta il piede negli Stati Uniti. La mia felicità di vivere finalmente il sogno americano si spense però pochi mesi dopo, quando, ho realizzato, che alla gente importava poco conoscere chi ero, o meglio, prima di arrivare ad interessarsi di me, già ero stata inserita in più di una classificazione: per gli americani neri ero la ragazza bianca, per i latini la europea e per gli americani bianchi la immigrata con un accento incomprensibile. Ancora prima di capire chi aveva di fronte, la gente metteva un muro invisibile, fatto di pregiudizi generali e talmente solido che era impossibile da abbattere. Così l’altro diventava un nemico, da evitare e da temere. Era molto difficile il dialogo e, soprattutto, conoscere e imparare dall’altro.

E’ stato, però, il luogo dove vivevo a quel tempo che più ha chiamato la mia attenzione. Era un luogo nella parte più a est di Washington DC, considerata da tutti una delle zone più pericolose. E’ molto interessante questo concetto di definire “pericoloso” un posto che nemmeno si ha visitato, però, solo per sentito dire o perché lì vive gente diversa, è definito “pericoloso”. La “gente diversa” da chi?

Perché diversa? Ho imparato che per “gente diversa” in America si intende la gente che ha delle caratteristiche culturali, fisiche o di altro genere differenti dalle proprie e pertanto si considera “diversa”; davanti alla diversità la maggior parte della gente prova un senso di paura e quindi la definisce “pericolosa”. Alla luce di queste interessanti definizioni, bisogna però ricordare che la risposta di un americano rispetto alle sue origini quasi sempre sarà “sono un mix di differenti paesi, mia mamma era europea, mio papà africano, però mio nonno era giapponese, quindi non so…”.

Non so se è per la mia pazzia o per la educazione che ho ricevuto, però il diverso a me incuriosisce, perché c’è sempre qualche cosa di nuovo da imparare. Ed è stata proprio la mia “pazzia” a condurmi a due incontri interessanti, proprio in quel luogo disprezzato da tutti.
Il primo è stato con “mama Sonia”, una mamma Giamaicana che viveva di fronte a casa mia. Sonia aveva ben 4 figli maschi e la unica figlia femmina era morta. Da quando l’ho conosciuta “mama Sonia” mi trattava come una figlia, e io, quando potevo, dopo il lavoro passavo a trovarla per raccontarle la mia giornata.

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Una volta, tornando dal supermercato, mi ha vista parlare con una persona che non era del quartiere, disinvoltamente ha ascoltato tutta la conversazione e, solo dopo averlo salutato per tornare a casa, è rientrata nel suo appartamento. Mi ha colpito questo gesto di protezione, una attenzione che solo una madre avrebbe con il proprio figlio. Prima di trasferirmi in Messico sono passata a salutarla per darle la notizia, la sua risposta è stata “non posso fermarti, sei libera di fare ciò che vuoi della tua vita, però sai, ho conosciuto una ragazza italiana al lavoro, la sto trattando esattamente come tratto te”. A parte un po’ di gelosia, ero molto contenta di quell’affermazione: quell’incontro era solo un inizio.

Il secondo è stato l’incontro con Lorenzo durante una corsa mattutina per prendere l’autobus. Ce l’avevamo fatta: insieme siamo saliti sulla 92. Appena saliti Lorenzo iniziò a tempestarmi con le solite domande come mi chiamavo, da dove venivo… una discussione che, se poteva sembrare “normale” in un altro contesto, non lo era lì, in quel luogo e in quel particolare periodo storico. Pochi giorni prima era uscita la sentenza di Michael Brown, in cui il poliziotto, che aveva sparato al ragazzo, veniva rilasciato e dichiarato non colpevole. In quel contesto non era “politically correct” che un ragazzo di colore, giamaicano, parlasse così liberamente, senza muri invisibili, con una ragazza bianca. Nonostante ciò, davanti agli occhi sgranati di tutti i passeggeri, Lorenzo era curioso di chi diavolo fossi. Non ho potuto trattenermi, una volta scoperto il suo nome, dal chiedergli se avesse qualche origine italiana. Mi ha risposto “non credo, però forse non sai che, oltre ai nomi, hanno molto in comune i nostri popoli” Agli italiani piace cucinare e mangiare bene giusto? E io certamente, vedi anche a noi. Voi italiani siete molto attaccati alla vostra famiglia giusto? E io certamente, vedi anche noi. E così 20 minuti di autobus, elencando tutte le cose che giamaicani e italiani avevano in comune.
Quando sono scesa dall’autobus ero senza parole, due persone che in apparenza potevano sembrare tanto diverse, erano in realtà molto simili.

Da questi due incredibili incontri ho imparato che basta davvero poco ad abbattere i muri invisibili tra le persone, per iniziare un dialogo. La differenza sta nell’approccio iniziale dal “già so come sei, bianca, europea, straniera, non mi interessa”, ad una curiosità: chi diavolo sei tu?

E’ questo che la gente non capisce, il presidente Trump sta solo legalizzando, giustificando e costruendo con il cemento qualcosa che già esiste nella nostra società e che la rispecchia. La società non la costruiscono i politici, ma le persone. Un presidente può firmare degli atti o degli ordini esecutivi, ma la responsabilità di attuarli è di ciascuno di noi, dipende da ciascuno la decisione di abbattere i muri invisibili o alzarne di nuovi, cambiare in meglio la società o in peggio.

Ho parlato di America, ma il mio articolo si riferisce soprattutto al mio popolo italiano. Tranquillamente, con la situazione migratoria, tra pochi anni potremmo diventare noi il paese dei muri invisibili.

Certamente non bisogna essere ingenui, il terrorismo c’è, non è una invenzione, non sono della politica di “chiudiamo gli occhi e apriamo le porte”. Al contrario con gli occhi ben aperti, e ponendo delle riforme alle nostre leggi sull’immigrazione, sulla sicurezza per esempio, o sulla registrazione degli immigrati, guardare diversamente chi ci entra in casa. Non con paura del diverso, ma con curiosità, con un approccio molto più interessante per costruire insieme una società migliore.

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