Francesco, il simpatico

Fr. José Daniel Ramos Rocha OFM

Ancora una volta, come l’anno precedente, le parole del nostro vescovo Don Mauro Parmeggiani hanno attirato la mia attenzione all’interno dell’omelia che ha guidato la nostra comunità religiosa e parrocchiale, durante la messa solenne della festa di San Francesco d’Assisi a Tivoli.

Un anno fa la riflessione su un Francesco che non realizza i suoi sogni: essere cavaliere, conquistare una presenza visibile nella nobiltà di Assisi, essere fondatore, padre e ispiratore per i suoi prossimi, proposta dalle parole di Don Mauro, suggeriva l’idea di un Francesco “fallito”.

Questa volta la riflessione incentrata sulla sua sottomissione consapevole, la sua totale dedizione e la sua proposta sorprendente rivolta ai giovani, ai giovani del tempo fino ad arrivare ai giovani dell’oggi, affamati e imploranti il dono di un senso che li possa guidare nella vita, ha tracciato l’immagine di un Francesco sorprendente  “Il suo costante invito a farci piccoli per poter essere felici, è il motivo che rende attraente Francesco, attraente e gentile “, ha detto il vescovo a braccio.

“Simpatico”: quest’ultima accezione è  ampiamente usata nel vocabolario quotidiano, ma il suo etimo va oltre un significato associato al piacere in relazione a una persona o a una situazione, o semplicemente nell’essere il contrario di spiacevole.

Un significato ben più profondo se lo vogliamo associare al poverello di Assisi, come un aggettivo qualificante la sua personalità, così attraente e affascinante, e al valore rivoluzionario della sua proposta.

Parlando del “giogo” che Gesù Cristo offre a tutti coloro che si sentono stanchi e sopraffatti da questo mondo, il nostro vescovo ha ricordato: “Non si tratta di un giogo, è il Suo giogo, cioè l’Amore”. E qui il discorso ha insistito sulla differenza tra la concezione del giogo come strumento associato al bestiame, al lavoro pesante degli animali, perché il giogo proposto da Gesù non cessa di essere un peso, ma un qualcosa che viene portato da tutta la persona, in quanto invasione di un amore che rende gratificante il cammino, piacevole poter seguire una luce, che ci accompagna passo dopo passo in questo mondo.

Quando si entra nella basilica inferiore di Assisi, sul soffitto dell’altare principale si trovano gli affreschi del Maestro delle vele, allievo del mitico Giotto, il così detto “pittore di San Francesco” che è riuscito a tradurre in immagini iconiche i voti francescani.  Esattamente a destra, si trova l’affresco che traduce il voto dell’obbedienza: si vede un uomo piccolo (probabilmente San Francesco) che prende volentieri il giogo di Cristo a significare l’adesione e la sottomissione alla volontà di Dio e dei superiori.  Nella scena compaiono figure umane e figure angeliche a fungere da testimoni, mentre un centauro (figura metà umana e metà animale a raffigurare la volontà) viene rappresentato in uno stato di notevole disagio. La scena vuole tradurre un messaggio chiaro e sublime: la perfetta obbedienza sulla terra completa l’uomo e lo rende un cittadino celeste, pur vivendo sulla terra: lo rende “gentile” con Dio e con gli uomini.

L’obbedienza francescana. Basilica inferiore di san Francesco. Assisi.

È proprio la “simpatia” la connotazione, tra le tante relazionate al poverello e che conosciamo a memoria, ma senza associarvi una riflessione esplicativa, che più ha attirato la mia attenzione. E con questa la volontà di volerla conoscere in profondità. E allora per comprenderla pienamente bisogna relazionarla all’empatia.

L’empatia

Secondo Edith Stein (filosofa tedesca 1891-1942), l’empatia è la conoscenza immediata dell’io, dell’altro, dell’alter ego di cui ho esperienza. Questo elemento cognitivo sarà il primo passo per arrivare a poter avere una vera esperienza del prossimo.

Per la Stein il passo cognitivo è un qualcosa di totalmente diverso dall’elemento affettivo, che ci mette anche in stretto rapporto con l’altro. Dunque l’empatia è il fondamento cognitivo che permette e rende possibile una conoscenza affettiva dell’altra persona.  In altre parole, provo empatia quando conosco la realtà dell’altro, il suo modo di pensare, le sue esperienze, gli ideali, i sogni, le frustrazioni.

Questa base ci aiuterà ad avere sollecitazioni per poter conoscere meglio Francesco.

La simpatia

Max Scheler (filosofo tedesco 1874-1928) sviluppò un approccio a questa conoscenza-relazione con l’altro che va oltre questo approccio empatico, che considerava insufficiente per spiegare una profonda esperienza dell’altro. Secondo la sua teoria, la simpatia (führer), cioè “il contagio delle emozioni e dei sentimenti” (siamo felici, per esempio, quando incontriamo persone felici e positive, persone che amiamo e che ci amano) è la realtà che ci conduce ad una comprensione cognitiva e affettiva dell’ altro, alla conoscenza esperienziale del vissuto del mio prossimo, indipendentemente dall’esistenza di un legame affettivo.

Questa esperienza è per Scheler la vera simpatia (Met-führer), cioè sentire e vivere le stesse sensazioni. Ha detto: “esperienze che sono immediatamente comprensibili da noi, conosciute da altri che le partecipano con noi.” Intuiamo, dunque, che il binomio empatia-simpatia è profondamente legato e relazionato nei suoi elementi.

Francesco: empatia-simpatia. Binomio vivente.

La prima reazione che ho avuto ascoltando nell’omelia la parola “simpatico”, è stata l’immaginare un Francesco pronto al riso, che canta in lingua francese, predicando agli uccelli con slancio e che abbraccia un lupo. Un Francesco che mi sorride.

Ma è stata una seria considerazione di questo attributo a farmi leggere più profondamente non solo l’omelia, ma la stessa messa.

I momenti luminosi del simpatico Francesco sono tanti, è impossibile ricordarli tutti, a partire dalla sua giovinezza, al suo essere “re della giovinezza di Assisi – così l’avevano definito i suoi amici in gioventù- . Questa era un tratto caratteristico della sua persona, quando ancora Gesù Cristo non aveva toccato la sua vita e portato alla conversione (Vita Seconda di Tommaso da Celano, Fonti francescane 558-559). Era amichevole con tutti, il centro delle feste, perché sapeva immedesimarsi con tutti, riuscendo a farsi seguire incondizionalmente, al punto che i suoi amici lo seguiranno per condividere il suo stile di vita, mossi dalla simpatia: da lui a loro, da loro a lui. Era quella di Francesco una simpatia che arrivava a comprendere i bisogni dell’ altro.

Mi fa piacere ricordare ancora una volta quell’ evento che le biografie indicano all’ inizio della vita della comunità nata intorno a Francesco: si dice che un certo fratello (alcuni sostengano fosse Bernardo di Chiaravalle, il suo primo seguace) avesse ricevuto da Francesco un “Ti amo” ogni giorno, un’usanza che si trasformò in necessità.  Ad un certo punto Francesco, forse per le varie infermità, forse per il peso di guidare la comunità, trascurò questo gesto verso quel fratello. Accadde così che il sensibile frate si rattristasse al punto da non poter essere ignorato dai confratelli. Quando Francesco finalmente venne a conoscenza della cosa, mandò a chiamare il triste confratello

Non possiamo non ricordare quello che ci dicono i Fioretti di San Francesco (Fonti francescane, 1500) dell’esperienza con il lupo: Gubbio è stata una città sempre nel cuore di Francesco, verso di essa professava un grande amore perché era stata la prima ad accoglierlo una volta spogliatosi per entrare in empatia con Dio Padre come suo figlio. Qui avvenne uno degli episodi più emblematici della vita del santo: la conversione del lupo omicida.

Senza voler discuterne la storicità, si deve considerare, pur nelle diversità di intenzioni o di stili, che tutte le narrazioni presentano un Francesco che parla con il lupo e questi con lui, così come Francesco lo ammonisce per il suo comportamento.

Questo fatto, sebbene commovente, ci porta a pensare a come Francesco abbia simpatizzato con l’animale perché conosceva la sua sofferenza, la sua solitudine e il dolore per non sentirsi considerato da alcuno. La garanzia che seguì di nutrire il lupo venne ritenuta conseguente la soluzione proposta da qualcuno che aveva provato veramente il dolore degli altri e che sembrava incomprensibile verso un animale, accusato di danneggiare l’altro con la sua rapacità. Tutto frutto della simpatia di Francesco, che lasciando armonia e pace nella città, portò all’assenza di rancore o vendetta verso un aggressore “che la città nutrì per il resto della sua vita (…) I bambini hanno giocato con l’animale come con un cucciolo innocuo, e “l’intera città ha pianto la sua morte”.

È commovente oggi, entrando nella città di Gubbio, nella chiesetta di San Francesco della pace, ora trasformata in museo, osservare un’antica lapide in cui è scritto in latino che il mitico lupo fu sepolto e “fu domato con il potere della croce” da San Francesco, meglio ancora si potrebbe dire  “con la potenza della sua simpatia”.

C’ è un altro fatto, presente nelle biografie del tempo. Si dice che un frate, avanti in età ed esperienza di vita, noto amico di Francesco, vivesse un periodo di crisi spirituale e, colpito nell’anima da tanti suggerimenti di “quello malvagio”, fosse caduto e ricaduto in alcuni peccati, provando così tanta vergogna nel doverli confessare e temendo il giudizio dei confessori, che avesse rimosso il sacramento del perdono, proprio per questo stato di confusione spirituale. Si dice che il santo si trovasse a passare, accompagnato da un confratello, per quella regione e avesse deciso di visitare quella comunità. Nel vivere insieme e nelle relazioni fraterne, Francesco percepì la situazione dell’anima di quel frate in difficoltà e chiamandolo, gli disse: “Caro fratello, voglio e ti comando di non essere ansioso di confessare tutto ciò che soffri a causa delle tue tentazioni. Devi essere calmo, perché il male non ha fatto del male alla tua anima. D’ora in poi, ogni volta che ti assale un attacco di panico o la tentazione al peccato, recita sette volte il Padre nostro.”

Si dice che il frate abbia riacquistato la sua gioia ed espulse da sé tutta quell’angoscia e quella vergogna che l’avevano torturato, così come si ammirò la santità di Francesco che l’aveva compreso anche senza che l’altro avesse comunicato il suo stare. Anche senza parlare aveva conosciuto le sue tentazioni, anche quelle non dette a nessuno. (Leggenda perugiana, Fonti francescane, 1168-1169)

Una grande prova della simpatia di Francesco, della sua capacità di entrare nell’altro, conoscere la sua realtà nello stesso momento. E’ vero che, come cristiani, sappiamo che questa capacità è un dono dello Spirito Santo- le biografie lo indicano in ogni narrazione-, tuttavia non possiamo ignorare che è anche una capacità umana che alcuni riescono a sviluppare e a mettere a servizio degli altri.

Scultura in metallo. Accanto alla Basilica di Santa Maria degli angeli in Porziuncola. Assisi.

Francesco, il simpatico

È chiaro che San Francesco attrae ancor oggi le nuove generazioni: basta camminare per le vie di Assisi per potersene rendere conto. Il suo esempio di vita e le azioni concrete di cui abbiamo notizia, grazie alle fonti francescane, suggeriscono nuovi modi di approcciare la realtà altrui, specialmente di chi ha più bisogno di vicinanza.

Francesco ha vissuto nel suo tempo quella spinta che ci vien data da papa Francesco con lo slogan “la Chiesa in uscita”, che non è altro che vivere la simpatia, che Gesù ha proposto alla Chiesa e che è stata trascurata nel corso della storia.

Il movimento empatia-simpatia è certamente un itinerario da seguire, un punto di partenza e di arrivo per iniziare ad essere veri uomini, cristiani coerenti e allegri francescani.  Il mondo ha bisogno di persone empatiche e che con la simpatia abbraccino il mondo. Sensibilizzare noi stessi verso le situazioni altrui- specialmente quelle più tristi e dolorose- è l’inizio di una nuova civiltà basata sulla tolleranza e sul rispetto di cui tutti abbiamo bisogno e che ci viene richiesto.

Il modello di tale simpatia sarà sempre il Creatore, che voleva, diventando creatura, simpatizzare per dimostrare il suo amore infinito.

Scultura di san Francesco. Mostra “Cantico delle creature”. San Damiano. Assisi.

Autor: Daniel Ramos

Mexicano y Jalisciense. Franciscano y sacerdote. En los andares de la filosofía y en el constante ir de la vida. En exilio italiano. Escribo para darle voz a la vida.

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